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Chiese romaniche della Corsica

architettura e scultura (XI-XIII secolo)

25,00 € Chiese romaniche della Corsica
Codice ID 978-88-8374-034-3
Autore/i Roberto Coroneo
Editore Edizioni AV
Edizione 2006
Pagine 224 (illustrato)
Formato 17 x 24 cm
Rilegatura Brossura con lembi e cucitura filo refe
Genere Storia, biografie e araldica, archeologia e preistoria
Supporto Cartaceo
Introduzione Roberto Coroneo
Lingua di pubblicazione Italiano

L'opera

PRESENTAZIONE Un singolare destino, quello della vicenda storiografica del Romanico in Corsica. In apertura di questa mia presentazione del libro di Roberto Coroneo, mi pare infatti doveroso e opportuno ricordare che a rivolgere per primo una competente attenzione allŽarchitettura romanica corsa è stato un grande della storia dellŽarte in Sardegna, come fu Carlo Aru; così come ora, non certo a conclusione bensì ad attenta revisione e puntualizzazione dellŽintera vicenda, è nuovamente uno storico dellŽarte sardo a offrire un ulteriore, rilevante contributo sul tema, che va ad aggiungersi ai pochi fin ora disponibili in sede bibliografica. Nel 1908 lŽAru dava alle stampe un libro sulle Chiese pisane in Corsica, che resterà a lungo lŽunico sullŽarchitettura romanica dellŽisola. Era trascorso appena un anno da quando lŽingegner Dionigi Scano aveva pubblicato il frutto delle sue ricerche pionieristiche nella monografia sulla Storia dellŽarte in Sardegna dal XI al XIV secolo, che rappresenta la prima, organica sistemazione dellŽarchitettura medievale sarda, dai monumenti tardoantichi e bizantini alle chiese romaniche e gotico-italiane. I risultati cui lo Scano era giunto in quellŽopera, sostenuta da una lunga esperienza maturata col restauro di complessi monumentali, come la cattedrale di San Pietro di Sorres e lŽabbazia della Santissima Trinità di Saccargia, venivano discussi dallŽAru, nello stesso anno 1908 di edizione del libro sulle chiese della Corsica, in una densa e ancora oggi stimolante recensione nellŽArchivio Storico Sardo. Da un lato egli sottolineava la maturità e lŽimportanza della monografia dello Scano, dallŽaltro si discostava da alcune sue conclusioni, proponendone delle nuove, talvolta di segno opposto. Così per la grandiosa basilica di San Gavino di Porto Torres, vero incunabolo del Romanico in Sardegna, mentre lo Scano proponeva una fabbrica unitaria, fin dallŽinizio ad absidi opposte, è lŽAru a inaugurare la questione della seriorità di unŽabside sullŽaltra, sostenendo che quella orientale è più antica dellŽoccidentale, sulla base di differenze e discontinuità nella struttura muraria, con le quali si sono poi confrontati, in successione, lo storico dellŽarte Raffaello Delogu – nella sua fondamentale opera LŽarchitettura del Medioevo in Sardegna (1953) –, lŽarchitetto Vico Mossa – in vari articoli, dal 1948 al 1988 –, lo storico dellŽarte Corrado Maltese – nel 1962 e nel 1969 –, lo storico dellŽarchitettura Piero Sanpaolesi – nel 1975 – ed anche chi scrive, nel volume della collana ŽItalia romanicaŽ dedicato alla Sardegna, pubblicato nel 1989 e recentemente riproposto, in edizione aggiornata, nella collana ŽPatrimonio artistico italianoŽ, col titolo Sardegna preromanica e romanica (2004), e dunque completata, a cura di Roberto Coroneo, dei monumenti dellŽetà altomedievale. Si deve a questŽultimo una rilettura, nel 1993, dellŽarchitettura romanica della Sardegna dalla metà del Mille al primo Ž300, che, in apertura del libro, tratta la basilica turritana, assumendola a monumento-guida delle diverse metodologie di analisi dellŽedificio medievale. Sulla chiesa è poi comparsa lŽimportante ed esauriente monografia di Fernanda Poli, La basilica di San Gavino a Porto Torres. La storia e le vicende architettoniche (1997), a tuttŽoggi – nonostante alcune recenti riproposte della tesi dellŽarcaicità dellŽabside ovest rispetto a quella est – la più convincente interpretazione del monumento sulla base della contestualizzazione storica, della valutazione delle preesistenze archeologiche, dellŽesegesi delle fonti, dellŽanalisi delle murature e delle fasi edilizie, infine delle ipotesi che è possibile avanzare circa la singolare configurazione icnografica ad absidi opposte, di cui la fabbrica di quella est precede, ormai senza dubbio, quella dellŽabside ovest. Chiara nella sua cronologia relativa, la fabbrica del San Gavino di Porto Torres continua a essere discussa, però, in rapporto alla cronologia assoluta. La recente querelle in sede storica, sulla legittimità di assumere fonti apografe (non più antiche del XIII secolo) come documenti in grado di confermare lŽesistenza storica del giudice Comita, considerato il fondatore della basilica nel terzo/quarto decennio dellŽXI secolo, dimostra ad evidenza che le questioni sollevate dallŽunicità del monumento sono ben lungi dallŽesser definitivamente risolte. Come ogni altro grande evento artistico, la cui importanza travalichi lŽambito locale, anche la basilica di San Gavino sembra destinata a suscitare sempre nuovi interrogativi, ove solo si sposti il punto di osservazione. Così, in questo nuovo libro sulle Chiese romaniche della Corsica, che ora ho il gradito compito di presentare, Roberto Coroneo rilegge la basilica di Porto Torres, proprio in funzione di una proposta anzitutto metodologica, e di una tesi di fondo che parte dal presupposto della sostanziale omogeneità di sviluppi architettonici nellŽarea tirrenica settentrionale, fra lŽXI e il XIII secolo. Liguria, Corsica, Toscana e Sardegna diventano i poli privilegiati di una dinamica di circolazione di uomini, mercanti, magistri, che comporta rilevanti ricadute sulla trasmissione dei prototipi e dei modelli, dei progetti icnografici e dei dettagli architettonici. Le linee evolutive risultano unitarie, anche se, considerata la probabile perdita degli Žanelli mancantiŽ, andranno ricostruite attingendo talvolta da Pisa (Santa Cristina, San Piero a Grado), talaltra dalla Corsica (Santi Pietro e Paolo a Lumio), quindi dalla Sardegna (San Gavino di Porto Torres), per arrivare al caposaldo fissato dalla cattedrale buschetiana di Santa Maria a Pisa. Ne derivano proposte inedite sia per quanto riguarda la cronologia in sé, sia per quanto concerne la tesi generale, apertamente schierata a favore, più che dellŽitineranza, della mobilità delle maestranze, contro quella che vedrebbe i singoli ambiti geografico-culturali come sostanzialmente condannati agli orizzonti locali. ŽÈ evidente lŽimportanza della condizione insulare, non solo della Corsica ma anche della Sardegna, ai fini della verifica dellŽassunto generale rispetto alle due ipotesi di lavoro appena prospettate: evoluzione autoctona ovvero diffusione policentrica nel periodo delle ŽoriginiŽ. La segregazione delle due isole, ma anche la necessità fisiologica che le innovazioni vi giungano per mare, possono motivare lŽinteresse per una sorta di laboratorio, teso alla verifica delle reali modalità di elaborazione o importazione dei modi innovativi dellŽXI secoloŽ. Per Roberto Coroneo il problema dellŽintroduzione dei modi romanici in Corsica, agli inizi dellŽXI secolo, e in Sardegna, alla metà dello stesso secolo, va dunque affrontato e risolto nellŽottica dellŽanalisi comparativa fra i diversi quadri culturali, alla ricerca di possibili prototipi che, una volta trapiantati nelle due isole, subiscono adattamenti di varia natura, fino a radicarsi nei differenti contesti locali e diventare, di fatto, elementi di linguaggio autonomamente vitali. Per procedere a una rilettura delle chiese romaniche della Corsica, Coroneo si è dovuto misurare con le difficoltà oggettive, che derivano da un lato dalla nota carenza di fonti documentarie coeve, talché lŽanalisi formale è spesso lŽunico strumento a disposizione dello storico dellŽarte e dellŽarchitettura, che voglia correttamente interpretare il monumento; dallŽaltro con lŽobiettiva importanza, in sede storiografica, della monumentale monografia che, nellŽormai lontano 1967, Geneviève Moracchini-Mazel dedicò a Les églises romanes de Corse. Come giustamente scrive Coroneo, che non trascura di porne in evidenza gli indubbi meriti, si tratta di unŽopera Ža tuttŽoggi rilevante e imprescindibile per la mole di dati, informazioni, fotografie e altra documentazione di prima mano, raccolta sul campo anche col supporto di unŽindefessa attività di sondaggio e rilevamento archeologico. Non convince però sotto il profilo della classificazione cronologica, in quanto risente dellŽestraneità a unŽaggiornata metodologia di scavo, eventualmente condotta secondo la prassi delle unità stratigrafiche anche murarie, e dellŽautomatismo che deriva dallŽequazione invariabilmente impostata fra il dato dŽarchivio e la struttura architettonica superstite, talvolta di fabbrica palesemente serioreŽ. Sono soprattutto le datazioni, troppo alte, avanzate dalla Moracchini-Mazel per alcune chiese, quali le pievi di Venaco e Rescamone, o San Quilico di Olcani, che più prudentemente conviene – come appunto propone Coroneo – restituire allŽorizzonte cronologico dellŽXI secolo, inserendole nel più vasto ambito dellŽarchitettura ŽprotoromanicaŽ, con modi affini a quelli delle chiese catalane, lombarde o liguri. Sempre sulla base delle cronologie comparate, anche il gruppo delle chiese caratterizzate dalla presenza di piccoli rombi gradonati – Santa Cristina e San Piero a Grado a Pisa, Santi Pietro e Paolo a Lumio in Corsica – sembra da protrarre rispetto alle tradizionali datazioni al X secolo, attestandosi piuttosto nellŽinoltrato XI secolo. Se si è nel giusto, si recupera così una linea architettonica che senza soluzione di continuità si collega da un lato al cantiere buschetiano della cattedrale di Pisa, intrapreso nel 1064, dallŽaltro allŽimpianto della basilica di San Gavino di Porto Torres, che per Coroneo non può aver avuto luogo prima degli ultimi decenni dellŽXI secolo. Parallelamente a questo percorso principale se ne individuano però degli altri, che rappresentano soluzioni alternative, ma non meno vitali, rispetto alle tendenze classiciste delle maestranze chiamate a raccolta da Buscheto per la cattedrale pisana: così quello rappresentato dagli sviluppi del modello di facciata lucchese, ripreso nella chiesa di San Sisto a Pisa, fondata nel 1087, quindi nella cappella palatina di Santa Maria del Regno ad Ardara, in Sardegna (consacrata nel 1107); infine nella Canonica di Mariana, la cattedrale presso Bastia consacrata nel 1119, senzŽaltro il monumento più noto e forse più rappresentativo del Romanico in Corsica. LŽanalisi che ne dà Coroneo ripercorre quella della Moracchini-Mazel sviluppando maggiormente lŽinteresse per il rapporto con la basilica tardoantica preesistente nel sito; per le tecniche costruttive e ornamentali, che stabiliscono parallelismi sia con Lucca sia con Pisa; per la singolare conformazione della zona presbiteriale; per lŽapparato scultoreo. QuestŽultimo, particolarmente significativo nel portale della facciata, viene analizzato anche in relazione ad analoghi esempi in altre chiese romaniche della Corsica – lŽarchitrave della vicina chiesa di San Parteo, quello di Piedicorte di Gaggio – e non solo, completandosi la trattazione col rimando a simili iconografie della Liguria, della Toscana, della Sardegna, e con il richiamo a iconologie ricorrenti nella decorazione plastica dellŽarchitettura medievale della Corsica. Pur incentrato sulle chiese romaniche, il libro non trascura infatti di tracciare nel primo capitolo, in maniera sintetica ma efficace, il quadro delle emergenze architettoniche e archeologiche della Corsica altomedievale, dallŽimpianto della basilica e del battistero di Mariana in età tardoantica, alle scarse tracce di modi bizantini nellŽabside della cattedrale di SantŽAppiano a Sagone, ai frammenti scultorei di Mariana e Aleria che, sebbene esigui per numero e stato di conservazione, permettono di documentare una certa qualità nella produzione plastica fra il VII e lŽVIII secolo. Mentre il secondo capitolo è dedicato a focalizzare i problemi metodologici di cui già si è detto, i più importanti sono rivolti ad illustrare lŽarchitettura romanica corsa e la sua decorazione. Coroneo individua fondamentalmente tre fasi, distinguendo allŽinterno ulteriori gruppi di chiese. La prima fase, trattata nel terzo capitolo e collocabile nellŽarco dellŽXI secolo, vede lŽintroduzione dei modi protoromanici nellŽisola: paramenti di piccoli conci subsquadrati, in pietra locale (prevalentemente scisto, ma anche calcare), archetti tagliati a filo e impostati su lesene senza la mediazione del capitello, secondo la prassi costruttiva, definita in sede critica, del Žprimo Romanico meridionaleŽ ed oggi identificata nel processo evolutivo ad ampio raggio geografico, che conduce allŽelaborazione dei primi monumenti autenticamente romanici in Catalogna, Roussillon, Provenza, Alpi marittime, Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Liguria e Toscana. Sono queste le aree di riferimento per la pieve di San Giovanni di Venaco (Corte) o per quella di Santa Maria di Rescamone (Valle di Rostino), simili alle chiese di San Quilico di Olcani e San Michele di Sisco, tutte databili nellŽarco della prima metà dellŽXI secolo. Allo stesso secolo riporta lŽintroduzione dei modi di riferimento pisano nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Lumio, cui si associa quella biabsidata di Santa Mariona di Talcini (Corte), caratterizzata da unŽicnografia rara ma ben documentata in Liguria (nella forma ad aula mononavata con due absidi) come in Sardegna (nella forma ad aula binavata e biabsidata). Anche la chiesa mononavata e triabsidata di San Pancrazio a Castellare di Casinca, datata dalla Moracchini-Mazel a un improbabile IX secolo, viene giustamente ricondotta, sulla base di parallelismi toscani, a una più verosimile datazione tra la fine dellŽXI e gli inizi del XII secolo. A questo momento formativo segue quello maturo, analizzato da Coroneo nel quarto capitolo, che si compone di varie sezioni, corrispondenti a diverse fasi cronologiche e culturali. Si assiste dapprima alla cristallizzazione delle esperienze iniziali in autentici capolavori dŽarte e architettura, quali la Canonica di Mariana e la vicina chiesa di San Parteo, contraddistinti da una singolare sintesi fra modi lucchesi e modi pisani; quindi allŽirradiarsi nellŽisola di modi toscani alternativi a quelli privilegiati a Pisa, apprezzabili rispettivamente nella pieve di San Giovanni a Carbini e in quella di San Giovanni a Grossa. Un ulteriore punto fermo è rappresentato dallŽimportante cantiere della cattedrale del Nebbio, Santa Maria assunta a Saint-Florent, nella cui progettazione intervengono disegni e schemi di facciata e dettagli ornamentali, del tutto analoghi a quelli che – a Pisa come in Sardegna – si andavano estrapolando dai prospetti della cattedrale di Pisa, ormai assurta a modello di riferimento per le cattedrali sarde di Santa Giusta e di SantŽAntioco di Bisarcio, come per la chiesa pisana di San Frediano o la pieve di Cascina, entro la metà del XII secolo. Superata questa soglia cronologica, gli sviluppi locali dellŽarchitettura romanica, sia in terra sarda sia in terra corsa, permettono di documentare esiti analoghi, derivati dagli stessi modelli toscani ormai da tempo trapiantati e radicati oltretirreno: i primi accenni allŽopera bicroma, nella cattedrale di San Nicola di Ottana (1160) come nella Trinità di Aregno, e il suo affermarsi nella Santissima Trinità di Saccargia come nel San Michele di Murato, gli ultimi senzŽaltro i più spettacolari nel novero degli edifici medievali della Sardegna e della Corsica. Il quarto capitolo si chiude con lŽennesima dimostrazione sul campo, Žprove alla manoŽ, della tesi della circolazione delle maestranze entro un ambito territoriale circoscritto, anche se sulle rotte marittime, qual è quello che coinvolge le piccole chiese in granito dellŽisola dŽElba, della Corsica e della Sardegna, erette dopo la metà del XII secolo secondo modi edilizi troppo coerenti, per poter risultare da eventi casuali, e invece talmente omogenei, da doversi ritenere frutto di équipes di costruttori itineranti fra le isole alle opposte sponde tirreniche. Il quinto capitolo comprende la trattazione, da un lato, degli esiti finali dellŽarchitettura romanica in Corsica, che corrispondono a chiese erette nel XIII secolo sulla base di una tradizione architettonica ormai consolidata ma non più così vitale come quella dei due secoli precedenti; dallŽaltro di quei pochi monumenti che, in unŽisola che vive profondamente la crisi di Pisa e il precario equilibrio di forze nel settore occidentale del Mediterraneo, vennero edificati introducendo nel linguaggio romanico elementi strutturali e decorativi tendenti ad aggiornarlo in chiave gotica. Come in Sardegna e probabilmente nella maggior parte dei monumenti gotici italiani, le innovazioni non arrivano a dissolvere il telaio strutturale di marca romanica e si limitano a interventi di superficie, perlopiù in chiave ornamentale: è quanto dimostrano le chiese che ancora oggi qualificano il pittoresco centro storico della cittadina di Bonifacio, affacciata sulle bocche fra Sardegna e Corsica. Nel concludere tengo a sottolineare – fra gli innumerevoli pregi del libro di Roberto Coroneo, che travalicano il rigore scientifico, la specifica padronanza della materia e lŽacume critico con cui è affrontata e illustrata unŽindagine così complessa – lŽesemplare chiarezza del testo, riflesso di approfondite conoscenze, puntualmente aggiornate, che ne rende avvincente la lettura, anche perché si avvale di un ampio corredo di grafici e di immagini fotografiche, queste in massima parte eseguite dallŽautore nel corso di ripetuti viaggi di studio e di ricerca in Corsica, e non solo. Non ci stancheremo mai di ribadire, quindi, che la storia dellŽarte è disciplina che richiede non solo lŽassimilazione delle conoscenze storiografiche e il continuo aggiornamento degli strumenti bibliografici, ma anche lŽimprescindibile esperienza diretta dei luoghi, degli edifici, dei manufatti nella loro sostanza materiale: esperienza che – lungi dal restituire il semplice riflesso di un passato distante – è quanto di più ŽvivoŽ e stimolante sia dato immaginare. RENATA SERRA

Chiese romaniche della Corsica

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