L'opera
Quattro vecchi quaderni, molti fogli ingialliti e tre cartelle riferite allŽinternato n. 5809, lager 333 di Wietzendorf. Sono i diari manoscritti da Angelo Graziu, ufficiale dellŽAeronautica, deportato e tenuto prigioniero in diversi lager nazisti, prima dai Tedeschi e poi dagli Inglesi. La prigionia iniziata lŽ8 settembre 1943 e conclusasi il 4 settembre 1945, lŽha costretto a dure privazioni, nei campi di Grajevo, Beniaminowo, Deblin, Bremervörde – dove erano reclusi circa 20.000 prigionieri di tutte le nazionalità, tra i quali 4.000 Italiani (tra gli altri Giovannino Guareschi) – ed infine nel campo di Wietzendorf. Per settecentottantacinque giorni Angelo Graziu ha sfidato il destino registrando la cronaca quotidiana della sua dolorosa vicenda. Nelle 475 pagine, riempite con fitta grafia, trovano così spazio descrizioni della vita nei campi, riflessioni personali, ŽevasioniŽ culturali e spirituali per resistere alla sopraffazione fisica, psicologica e morale, notizie storiche e politiche, atti formali degli ufficiali superiori italiani, nonché lŽelenco con grado e generalità di 45 compagni di sventura sardi a Bremervörde (maggio 1944) e i nomi, con sigle di appartenenza alle diverse forze armate e grado, di 106 ufficiali che sono stati suoi compagni di baracca nei vari lager. Come ha scritto sullŽUnione sarda Nando Monello, che lŽaveva conosciuto mentre era in servizio nellŽArma Aeronautica a Cagliari, Žsi tratta di una testimonianza che meriterebbe di essere letta dai giovani dŽoggi, affinché non dimentichino il sacrificio degli italiani che si rifiutarono di affiancare gli oppressoriŽ. Angelo Graziu è deceduto nel 1977 e questo documento viene pubblicato in Sua memoria. Dalla prefazione Tra il 1943 e il 1945 lŽacronimo IMI (Internati Militari Italiani) andò a identificare oltre 600 mila militari italiani che dopo lŽ8 settembre furono disarmati e fatti prigionieri dallŽesercito tedesco. La loro storia non è stata finora oggetto di particolare interesse da parte della storiografia che ha spesso tralasciato la ricostruzione di queste vicende, concentrandosi prevalentemente sulla ricostruzione degli episodi di resistenza svoltisi, tra il 1943 e il 1945, allŽinterno dei confini nazionali. In una certa misura questo silenzio storiografico lo si può anche imputare al fatto che i protagonisti di questa resistenza fossero dei militari, e alle difficoltà di inquadrare come resistenti oltre 600 mila militari del Regio Esercito che fino allŽ8 settembre avevano combattuto al fianco dellŽalleato tedesco e soprattutto, seppure fedeli alla monarchia, avevano combattuto le guerre del fascismo. È proprio questo silenzio che non ha finora permesso di mettere in luce in maniera ampia e chiarificatrice le modalità con le quali questi militari agirono dopo lŽ8 settembre e ha fatto scaturire una riflessione sul perché le loro azioni possano o meno considerarsi atti di resistenza nei confronti del nazifascismo. Le poche ricostruzioni storiche e la memorialistica sul tema concordano sul punto che durante il lungo periodo di detenzione gli internati italiani ebbero più volte occasione di evitare la vita di segregazione dei campi dŽinternamento; per evitare la fame e le sevizie dei campi essi dovevano accettare di combattere per la Repubblica Sociale Italiana. Soltanto una percentuale esigua degli internati accettò di entrare nellŽesercito repubblichino, la maggioranza degli IMI rimase in stato dŽinternamento nei campi di mezza Europa. Immediatamente dopo il 25 luglio, la destituzione e lŽarresto di Benito Mussolini, Hitler e le gerarchie militari tedesche predisposero un piano di occupazione dellŽItalia nel caso questŽultima avesse firmato una resa unilaterale con gli Alleati. Il piano, al quale venne dato il nome Achse, prevedeva che lŽesercito tedesco occupasse tutte le strutture militari più importanti della penisola, e soprattutto che i militari italiani venissero immediatamente disarmati e si evitasse la loro presenza nelle aree di combattimento. In effetti, già una settimana dopo lŽ8 settembre 1943, lŽoperazione di disarmo dei militari italiani da parte dellŽesercito tedesco si poteva dire quasi ultimata. Quella data segna non soltanto lŽannuncio dellŽarmistizio italiano con gli Alleati ma anche lŽinizio per i militari italiani di quella che sarà la loro vita da IMI. Inizialmente il loro status effettivo risultò essere quello di prigionieri di guerra ma esso cambiò rapidamente, già dal 20 settembre 1943, con lŽemanazione di un decreto che indicava tutti i militari italiani internati nei campi di prigionia tedeschi come sottoposti a regime di internati militari. La perdita dello status di prigioniero di guerra non aveva soltanto una valenza morale, con il mancato riconoscimento dei militari italiani quali veri e propri combattenti, ma anche pratica; tutte le convenzioni internazionali che garantivano i diritti dei militari fatti prigionieri in tempo di guerra non si applicavano allo status di «internato militare». Il cambiamento di status rafforza lŽinterpretazione che per quasi tutti i militari italiani lŽinternamento risultò una scelta; privati di qualunque beneficio derivante dallo status di «prigioniero di guerra», essi furono sottoposti a più riprese, tra il 1943 e il 1944, a continue offerte per conquistare la loro adesione alla RSI. Nonostante le prospettate migliori condizioni di vita soltanto un esiguo numero di essi accettò la proposta; la maggior parte «scelse» di rimanere internato, pur sapendo a quale sfruttamento e a quali sevizie quella scelta li avrebbe confinati. Ma ciò che appare significativo e interessante da indagare nellŽesperienza degli internati militari italiani è proprio la motivazione della scelta fatta. Alcune memorie ci raccontano il percorso spirituale e concreto per arrivare a quella decisione. Il diario di Angelo Graziu, che si snoda tra i campi di Grajewo, Beniaminowo, Deblin, Sandbostel e Wietzendorf, è in questo senso esemplificativo. Le sue note pressoché quotidiane ci permettono di cogliere il concreto del suo percorso da internato ma anche di seguire un tragitto morale e spirituale che accomuna la maggior parte dei suoi commilitoni. Lo sdegno nei confronti di coloro che accettarono la proposta di unirsi alla RSI è accompagnato nel diario, o meglio nei diari, di Graziu dalle riflessioni sulla precarietà e lŽinsostenibilità delle condizioni di vita nelle quali si ritrovarono a vivere non soltanto gli internati militari ma più in generale tutte le popolazioni coinvolte nel secondo conflitto mondiale. Le sue note, oggi, rappresentano non soltanto, come è giusto che sia, un caro ricordo per i suoi congiunti, ma vanno al di là della sua stessa esperienza personale, costituendo una ricca fonte utile per gettare unŽulteriore luce su vicende ancora poco conosciute e studiate della storia dŽItalia e degli italiani. (Alessandro Pes)
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