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Sergio Atzeni e lŽarte di inanellare parole


$22.20 Sergio Atzeni e lŽarte di inanellare parole
ID Code 978-88-98692-21-7
Author/s Giulio Ferroni
et al.
By Sylvie - Pala Cocco
Publisher Aipsa Edizioni
Edition 2014
Pages 280 (illustrated)
Size 15 x 21 cm
Bookbinding Paperback with flaps and stitched binding
Series Portales
Genre Literature, classics, literary criticism
Format Paper
Release language Italian

The work

Il volume restituisce in parte gli interventi, le riflessioni, le feconde immagini e gli spunti che hanno accompagnato le tre giornate di studio sulla figura e lŽopera di Sergio Atzeni (Un cantastorie in blues. Sergio Atzeni dieci anni dopo, Cagliari, 13-14-15 ottobre 2005). Ai contributi della manifestazione del 2005 – organizzata dallŽAssociazione culturale Portales e dedicata allo scrittore sardo nel decennale della sua morte – si sono aggiunti altri saggi di rilevante contiguità, che, al pari e insieme ai primi concorrono a offrire da ottiche diverse e da ambiti disciplinari svariati unŽimmagine delle relazioni, degli intrecci, delle interferenze e delle contaminazioni che hanno nutrito lŽopera di Sergio Atzeni, determinandone altresì originalità, complessità e spessore che richiedono ancora ricerche e approfondimenti. I contributi che compongono questo volume – distribuiti in tre sezioni distinte ma strettamente interconnesse – disegnano nel loro snodarsi una lettura dellŽopera atzeniana che potremmo definire dialogica, in quanto viene costantemente sottolineato il suo porsi al confine tra varie discipline e arti e in quanto viene messa in luce quella visione del mondo che la sostanzia e che è frutto di unŽinterazione pluralistica fra varie lingue e culture. La riflessione sulle lingue e sui linguaggi – come modello di interpretazione del mondo, come analisi delle differenze e dei rapporti politici e culturali tra periferia e centro, come rete di rapporti e relazioni che riguardano i concetti di nazione, di letteratura e dŽidentità – largamente presente nellŽopera di Atzeni, si riflette anche nei diversi contributi, che privilegiano di volta in volta la pluralità dei colloqui possibili fra letteratura e letteratura, fra scrittura e traduzione, fra letteratura e storia, letteratura e pubblicistica, cinema e scrittura, letteratura e musica, lingua egemonica e lingua subalterna.  Il titolo del volume, Sergio Atzeni e lŽarte di inanellare parole, si ispira alle pagine che seguono, un affettuoso omaggio a Giovanna Cerina. Le illuminanti parole del suo intervento al convegno del 2005 esprimono infatti la feconda compresenza di punti di vista diversi e complementari che hanno arricchito la manifestazione e ora il presente volume. (dalla presentazione dei curatori)   LŽarte di inanellare storie di Giovanna Cerina  Il titolo del mio intervento, LŽarte di inanellare storie, riprende i versi di una poesia di Atzeni: «altro non so /  che inanellare / parole / una poi lŽaltra / in fila / canticchiando / in blues».  Inanellare parole, dunque: cioè sceglierle, metterle insieme, ordinarle, fino a farne un gioiello, fino a farne un testo che ha un significato ulteriore, elaborandole in una composizione.  Inanellare parole indica inoltre un carattere particolare dellŽopera di Sergio Atzeni, cioè la sua grande apertura verso la sperimentazione. Giocare con le parole significa giocare con le parole italiane, le parole sarde, con le parole degli autori che traduceva; significa sperimentare fino a inventare lingue, come quella ipotetica che è già nellŽApologo, e che quasi con ironia lo scrittore formalizza nel glossarietto che chiude Passavamo sulla terra leggeri, cosicché le parole monosillabiche, che dovevano essere la lingua dei nostri antenati lontanissimi, non appaiano inventate ma ricostruite.  Inanellare parole vuol dire però anche inanellare storie – anche questo aspetto rappresenta la cifra sperimentale dellŽautore: microstorie che vengono scelte da campi svariati amplissimi e che vengono catturate e memorizzate in un testo. Per esempio le storie di nonna Gigina, menzionata nel volume di versi, la quale, figlia della rivolta del 1906, da «vecchia inventò favole in versi per il bambino che non voleva prendere sonno», storie di vita vissuta, ma anche storie di animali, bisce, corvi. Un grande affabulatore, che certamente ha colpito la fantasia ma anche lŽintelligenza di Sergio Atzeni, era il padre, che a tavola (è una testimonianza di Rossana Copez) amava raccontare aneddoti della sua vita, soprattutto storie di miniera. Le storie del padre, anche qui inanellate sotto forma di inchiesta, porteranno in seguito lo scrittore alla creazione di un genere moderno, frutto tuttavia della rielaborazione di forme antiche, come la piccola cronaca, lŽaneddoto personale, e così via; ma una prima esperienza sperimentale è nella cura delle fiabe sarde compiuta insieme a Rossana Copez.  È chiaro allora che lŽesperienza di scrittore di Sergio Atzeni si colloca tra oralità e scrittura. Per certi aspetti egli ripete a distanza di tempo, con mano più leggera, lŽoperazione fatta da Calvino, che, a sua volta, ha come riferimento lŽesperienza di raccolta ed elaborazione della tradizione orale compiuta dopo lŽUnità dŽItalia.  Questo procedimento della trascrizione, della riscrittura della tradizione orale parte naturalmente da Omero, un riferimento che colgo al volo, autorizzata sia da una citazione dello scrittore, che ha sostenuto di essere «orgoglioso dellŽintelligenza di Einstein e di Omero / come mi fossero parenti, / orgoglioso che abbiano saputo capire tanto, creare così», sia perché il libro a cui vorrei riferirmi in particolare, Passavamo sulla terra leggeri, vede il narratore come un Omero sardo, come un aedo che raccoglie miti, fiabe, leggende toponomastiche, racconti di riti iniziatici, racconti storici e leggendari, cioè una miriade di forme brevi che lo studioso André Jolles ha individuato e formalizzato nel suo lavoro sulle Forme semplici. Si tratta dunque di testi che sono già – proprio perché vengono dalla tradizione orale – fortemente formalizzati, come le fiabe (nessun testo narrativo è formalizzato come la fiaba, tanto che basta dire ŽCŽera una voltaŽ perché tutti sappiano cosa si andrà a sentire). LŽoralità è infatti come un filtro sensibilissimo, che espunge tutto quello che cŽè in più e distilla come in un alambicco lŽessenziale, lŽessenziale di una forma. Così avviene nel mito, nel mito sacro, nella leggenda, così avviene per le forme brevi, che dovevano durare tanto quanto era ampia e potente la memoria, grazie allŽausilio di supporti che gli studiosi di Omero hanno individuato e chiamato ŽformuleŽ, che servono ad agganciare testi che hanno un significato in sé, che hanno un senso compiuto, ma che diventano un altro testo quando, opportunamente aggregati, inanellati, costituiscono una grande storia.  In questi procedimenti si corre il rischio di ridursi a essere un semplice compilatore, ma se lŽoperazione è invece veramente creativa si diventa autore, poeta. Sergio Atzeni può collocarsi in un filone di autori che si muovono tra oralità e scrittura, è uno scrittore che passa attraverso lŽesperienza del rapsodo. In questo senso egli si colloca nella tradizione italiana che va dal Decameron alle Piacevoli notti al Pentamerone, cioè nella tradizione delle grandi raccolte popolari che hanno trovato la genialità di un autore dotato di tutte le astuzie del narratore popolare e insieme dellŽabilità e della raffinatezza dello scrittore.  Nella sua opera Atzeni mette a frutto, fin da subito, unŽesperienza in cui agisce anche il codice visivo, evidente, per esempio, in Araj dimoniu. Nel successivo Passavamo sulla terra leggeri Atzeni dice del suo narratore Antonio: «la voce [...] aveva portato immagini, avevo visto erbe e querce, pietre e cavalli, bambini e nuraghe». La capacità delle parole è tale da evocare, come fossero presenti, gli oggetti nominati. Questa forza evocativa è anche legata alla capacità di far risuonare le parole, il che rimanda a un altro aspetto dellŽesperienza dello scrittore, che riguarda la conoscenza, la passione e lŽinteresse per la musica, in particolare quella moderna, dal blues al rock, ma anche quella tradizionale: e qui mi piace sottolineare lŽinteresse di Sergio Atzeni per la musica dei Tenores, che forse aveva le sue radici nella sua infanzia a Orgosolo, ma a cui ritorna con una nuova consapevolezza culturale nella maturità. Non a caso, in opere come Bellas mariposas, Atzeni riesce a far scaturire dalla scelta delle parole, dalla loro disposizione e perfino dalla punteggiatura musiche diverse, intrise di rock, di blues, di rap ma anche di tonalità sarde.    Per ritornare al discorso di Atzeni quale Omero dei nostri giorni, si può aggiungere una considerazione sullŽaffondo storico che lo scrittore affronta nella sua opera. CŽè un momento di questŽesperienza che ha un ruolo importante nellŽideazione di Passavamo sulla terra leggeri, ed è quello dellŽApologo del giudice bandito, in cui Atzeni cerca di dare frammenti di storia a unŽisola che per certi versi è stata rifiutata dalla Storia, ma che soprattutto è responsabile per averla rifiutata. Noi abbiamo vuoti enormi nella nostra storia e siamo responsabili e colpevoli di non aver voluto affrontare il nostro passato, per quanto lacunoso e doloroso sia, ed è in questo contesto che Sergio Atzeni interviene, inventando un romanzo delle origini che dimostri che abbiamo anche noi un padre, degli antenati e delle origini meravigliose, provenienti dallŽOriente.  Ci sono in realtà indizi di una possibile veridicità di queste origini: basti pensare a Erodoto e a quanto descrive in un passo delle sue Storie (I, 170):    Agli Ioni che, pur sotto il peso della sventura sŽerano nondimeno adunati nel Panionio, Biante di Priene, secondo quanto ho sentito dire, diede un consiglio molto utile e, se gli avessero dato ascolto, sarebbero stati di gran lunga i più felici dei Greci: li esortava, cioè, a salpare con una flotta unica, e, recatisi in Sardegna, fondare colà unŽunica città tutta di Ioni. Così, liberi di ogni schiavitù, sarebbero vissuti felici, abitando la più vasta di tutte le isole.  Sardegna isola della felicità, dunque, secondo Erodoto. Atzeni immagina una situazione simile, immagina cioè che un bel giorno, da un paese tra due fiumi, la Mesopotamia, fossero partite delle imbarcazioni con una popolazione che approda in questŽisola senza nome, la quale viene alla luce e comincia a esistere, ad acquistare identità, attraverso la denominazione degli oggetti. Le leggende toponomastiche non sono dunque ricercate e ricostruite a posteriori, ma vengono colte al momento della loro nascita, come MŽag o mŽad as, oppure TŽar r o s, o ancora tŽIs kalŽi, al cui centro cŽè Is, la luna, cioè appunto la divinità mitica che viene dallŽOriente e che in Sardegna diventa la protettrice dei primi sardi che trovano rifugio in quella grotta.  In realtà, però, il vero fulcro dellŽopera non è tanto la storia in sé o la trama, che è sottilissima, quanto il passaggio di testimone da un custode del tempo e della memoria a un altro. Ognuno di questi custodi diventa depositario di una storia che esiste solo se è raccontata, perché non ci sono documenti, non ci sono segni né scritture ma solo la memoria. Nel momento in cui la memoria tramandata viene fissata nella scrittura, perderà il fascino della sua mobilità, del suo essere continuamente ricreata e rinarrata, ma dellŽoralità serberà alcune caratteristiche, compresa la sua mutevolezza e il fatto che, passando attraverso il filtro della memoria, le storie cambiano, le cose cambiano e si abbelliscono.  NellŽopera di Atzeni la Sardegna si configura come una terra di ombre e di luci, una terra di linguaggi, una terra di identità composite e mescidate, che permetterà ai suoi abitanti non tanto di sopravvivere quanto di vivere in accordo col tempo.  CŽè un monito di Sergio Atzeni con cui si può concludere e riassumere il discorso: «Credo nel confronto: chi si chiude in se stesso, individuo o popolo che sia, è destinato ad autodistruggersi. Chi vive con gli altri, chi si misura anche sapendo di perdere certe gare, valorizza la parte migliore dellŽumano».

Sergio Atzeni e lŽarte di inanellare parole

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